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Fuocoammare

Fuocoammare (titolo originale)

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Fuocoammare

Ambientato a Lampedusa, isola-simbolo dei migranti, "Fuocoammare" è l'unico film italiano in gara alla Berlinale 2016. Dall'autore di "Sacro GRA", Leone d'oro al Miglior Film alla 70a Mostra del Cinema di Venezia.

Anno: 2016

Traduzione disponibile: si

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1 commenti

  1. Malos mannaja27 aprile 2016, 15:15:29

    Ormai è chiaro: Gianfranco Rosi usa il “documentario” come copertura per racimolare quel minimo di finanziamenti che consentano alla sua arte scomoda di prendere corpo. Fuocoammare è a tutti gli effetti un’opera filmica neorealista nel senso più profondo del termine e poco ha da invidiare ai capolavori cinematografici di De Sica, Rossellini, Visconti, Germi o De Santis. Fuocommare è uno squarcio aperto nel velo patinato della finzione marchettara del cinema contemporaneo, pieno di luoghi comuni, di effetti speciali e di computer grafica, è uno squarcio attraverso il quale i nostri occhi pigri possono tornare a vedere il mondo oltre lo scaffale dell’ipermercato globale: ne scaturisce un panorama d’insieme angoscioso, al centro del quale, nell’assenza d’una colonna sonora, troneggia nudo e disturbante il “rumore di fondo” dell’esistenza umana. Se avete letto “La vita nuda” di Pirandello o “Il pasto nudo “ di Burroughs, presumibilmente ci siamo capiti e allora potete immaginare perché quando la notte è calata sulla visione del film, mi son girato e rigirato insonne nel letto migliaia di volte.
    Ma torniamo a ragionare su cosa è e cosa non è Fuocoammare.
    Fuocoammare è il tempo cinematografico che si riappropria del tempo reale, usandolo come chiave di lettura del vuoto che riempie le nostre vite di esseri surreali. Così, nelle scansioni di Rosi, la macchina da presa finisce per ragionare per allusioni, per accenni, per dilazioni, lasciando allo spettatore il compito di tirare le fila di una narrazione solo apparentemente senza capo né coda. Sarò ancora in grado di farlo, mi sono chiesto? Saremo ancora in grado di farlo, in un contesto sociale e culturale dove l’arte è diventata una tra le più efficaci armi di distrazione di massa? Io stesso mi sono scoperto così condizionato da meccanismi narrativi proto-hollywoodiani, da aspettarmi prima o poi l’incontro di Samuele a spasso con la sua fionda per Lampedusa con un corpo galleggiante restituito dal mare, o ancora, da aspettarmi che il pescatore di ricci di mare, d’un tratto, s’imbattesse nei resti di un cadavere. Ormai siamo così mentalmente disturbati (romanzati?) da trovare più plausibile la fiction della realtà…
    Fuocoammare non è un film sui migranti. La tragedia dei barconi della morte è soltanto lo spunto che dà il la alla vivisezione (all’autopsia?) dei sogni e delle miserie dell’homo sapiens sapiens. E tutti ne usciamo con le ossa rotte: il bambino costretto a sparare al cielo con ripetitività ossessiva, il medico che s’attarda per cercare di indovinare il sesso degli angeli, la famiglia taciturna raccolta attorno ai risucchi di una tavola imbandita, la tecnologia che deve cedere il posto all’olio di gomito per trasbordare a mano corpi morti o morenti, la vedova che puntella la vita con rituali incapaci di esorcizzare il vuoto ordinato della camera matrimoniale, lo spettatore ferito dal taglio della narrazione costretto a trincerarsi dietro distinguo e punti di vista (e di sutura). In ultima analisi, quindi, tanto i lampedusani quando i migranti, costretti a confrontarsi quotidianamente con la vita (e con la morte), interpretano non solo loro stessi ma – soprattutto – l’intero genere umano, e lo fanno con tutta l’animalità dettata da un’urgenza di sopravvivere che rievoca l’amara “volontà di vivere” di Schopenhaueriana memoria. Questo siamo, urlano i fotogrammi dell’opera di Risi spogliati di ogni paravento massmedioillogico e della finzione cinematografica. Questo sei: un animale in guerra con la natura delle cose, un essere vivente meno peloso ma con bisogni strettamente imparentati con quelli di una scimmia.
    Ed ecco allora che il titolo del film (“fuocoammare” nel racconto della nonna, sono le luci rosse dei bengala lanciati nella notte durante l’ultima guerra mondiale) non solo ci suggerisce che la guerra è per definizione “senza fine” nell’universo neocoloniale del mercato globale (come attestano i morti e le navi militari), ma soprattutto che, in senso lato, la guerra per la sopravvivenza è realtà antropologica e costitutiva delle vicende umane.
    Non ci sono cerchi che si chiudono, quindi, non c’è un alcun significato da scovare nella realtà delle cose, è solo la nostra allucinata interpretazione a posteriori, il montaggio filmico rassicurante che ognuno escogita dentro la propria testa a conferire alla nostra narrazione emotiva una minima parvenza di senso logico.
    Non ci sono punti fermi da cui partire o solide fondamenta concettuali per spiegare le cose, come attesta il beccheggiare straniante del pontile (immagine davvero riuscitissima) cui s’aggrappano le barche e le mie riflessioni. Siamo naufraghi, isole pensanti alla deriva per qualche attimo nel mare magnum della materia.
    Di conseguenza, ecco che non appena diventa chiara l’assenza d’una qualsiasi via di fuga, iniziamo a somatizzare il non senso e l’inquietudine ci morde la gola, così che, come Samuele, ci rechiamo dal medico per chiedere aiuto a causa d’una fastidiosa fame d’aria.

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